Lucidare il palco – oscurare il dissenso. Sanremo: sponsor fossili, fogli di via e controcanti

Se il Festival di Sanremo è davvero – come si ripete ogni anno – “lo specchio del Paese”, l’immagine riflessa quest’anno è nitida. Da una parte il blue carpet davanti al Teatro Ariston, illuminato e brandizzato dagli sponsor principali: Eni e Costa Crociere. Dall’altra tredici persone di Extinction Rebellion portate in commissariato, trattenute per oltre sei ore e poi colpite da fogli di via da uno a tre anni per aver esposto cartelli contro il greenwashing. Nel mezzo, una frase che pesa più di qualsiasi ritornello: «Non hai nessun diritto quando ti trovi in fermo di polizia».

Greenwashing in prima serata
L’azione è durata pochi minuti. Cartelli ironici, costruiti sui titoli delle canzoni in gara, per denunciare l’operazione di ripulitura d’immagine di multinazionali fossili che investono sempre più massicciamente nella sponsorizzazione culturale. Il meccanismo è noto: si continua a estrarre, bruciare, navigare a gas fossile, ma si finanzia la cultura, lo sport, l’intrattenimento. Il marchio si associa alla festa nazionale. La crisi climatica resta fuori campo. Non è filantropia. È normalizzazione.
Sanremo, dal 1951, costruisce immaginari collettivi. Se sul palco si celebra l’emozione individuale, sulla passerella si consolida un modello economico che della crisi ecologica è corresponsabile strutturale.

Fogli di via per una protesta pacifica
Dopo il fermo – definito “identificativo” nonostante le persone si fossero già fatte identificare – sono arrivate denunce per manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) e inottemperanza (art. 650 c.p.), oltre ai fogli di via obbligatori. Una misura nata in ambito antimafia applicata a chi ha mostrato piccoli striscioni. Il tutto mentre entrava in vigore il nuovo decreto sicurezza, che irrigidisce ulteriormente sanzioni e multe per chi manifesta senza preavviso o “turba” eventi pubblici. Il dissenso non viene vietato apertamente. Viene reso costoso. Rischioso. Espellibile.
La frase dell’agente – “i diritti li vedremo dopo” – fotografa un clima politico in cui la libertà non è più presupposto, ma concessione differita.

L’altra Sanremo
Eppure la città non è solo blue carpet e sponsor. A poche strade dall’Ariston, alla Città Invisibile, tra le opere dei bambini palestinesi della mostra “HEaRT of GAZA”, ha cantato Alessio Lega.  Cantautore anarchico, collaboratore storico di A Rivista Anarchica, Lega appartiene a una tradizione che non considera la musica una merce da share, ma uno strumento di memoria e di scelta.  Mentre sul palco ufficiale la guerra resta emozione generica o silenzio prudente, lì Gaza ha un nome. Ha volti. Ha disegni di bambini.  Mentre il Festival celebra l’unità nazionale sponsorizzata, il controconcerto riapre il conflitto: climatico, coloniale, sociale.

Specchio fedele, crepe visibili
Se Sanremo è davvero lo specchio del Paese, allora riflette un equilibrio molto preciso: multinazionali fossili che finanziano la festa nazionale; il dissenso trattato come intralcio da rimuovere rapidamente; misure amministrative pensate per la criminalità organizzata applicate a chi espone cartelli; diritti evocati come formalità, sospendibili “intanto”.
Il messaggio è semplice: lo spettacolo deve continuare. Può sfilare il marchio dell’industria fossile. Non può sostare la crisi climatica. Può brillare la retorica della libertà. Non può disturbare una protesta non autorizzata. E tuttavia, a poche strade di distanza, un concerto per Gaza ricorda che la cultura può ancora scegliere da che parte stare. Che la musica non è solo colonna sonora del consenso, ma può diventare controcanto. Il Festival racconta un’Italia che vuole apparire unita, pacificata, luminosa. Le espulsioni, i fogli di via, la frase «non hai nessun diritto» raccontano un’altra Italia: più nervosa, più autoritaria, più fragile. Forse il vero specchio non è il palco dell’Ariston. Sono le crepe che si aprono ai margini.
Ed è da lì che, prima o poi, entra l’aria.

Totò Caggese

Related posts